Renato
O G G I

Arrivata l’età della pensione, Renato si gode oggi la tranquillità della sua villa, nel verde della Pianura Padana, andando talvolta allo stadio con familiari ed amici o guardando le partite in TV, oppure dedicandosi agli hobby di sempre: nuoto, bicicletta, oltre alle lunghe passeggiate in campagna e alla coltivazione di un piccolo orto, di cui va molto fiero.

In alcuni periodi dell’anno trascorre del tempo nella sua casa al mare, in Costa Azzurra, dove proprio a pochi passi da casa, per uno strano scherzo del destino, c’é un piccolo campo da calcio in cui si allenano alcune squadre dilettantistiche della zona e che, ovviamente, Renato studia sempre con occhio attento e da tecnico esperto.

Segue il mondo del calcio un po’ a distanza e con un pizzico di disgusto per le trasformazioni che il calcio stesso ha subito nel corso degli anni, finendo per essere più un interesse economico-pubblicitario, oggetto di gossip e di facili polemiche, che profonda passione, come invece è stato per lui, in un tempo ormai lontano.

Renato si lamenta, in diverse recenti interviste, di come il mondo del calcio sia oggi rovinato dalle troppe polemiche che vengono fatte in campo, tra dirigenti, presidenti, sui giornali e in tutte quelle trasmissioni televisive, spesso controproducenti anche per i giovani che desiderano avvicinarsi a quel mondo.

Si dice molto dispiaciuto per la distruzione, perpetrata negli anni, dei settori giovanili che lui, invece, ha sempre ritenuto molto importanti. Ma soprattutto si dice spesso rammaricato del fatto che il calcio sia finito per diventare quasi esclusivamente un business.

Come dargli torto?

 

22 novembre 2003
A CASSINA DE’ PECCHI INCONTRO CALCISTICO-LETTERARIO TRA DUE VECCHIE GLORIE.


(da sinistra: Renato Cappellini, Alberto Figliolia, Mauro Raimondi, Giovanni Lodetti, Davide Grassi)

Casciavitt e Bauscia un derby infinito... una storia lunga 95 anni di sfide incrociate, talvolta normali, più spesso da leggenda, dacché l’Inter fu fondata da una costola del Milan. Tanti giocatori e tante partite da allora, e tutti e tutte speciali. Come speciali si possono definire Giovanni Lodetti da Caselle Lurani, brume e respiri della Bassa Padana, e Renato Cappellini da Soncino, dislocata fra le province di Bergamo, Milano e Cremona, il primo bandiera del Milan, il secondo dell’Inter, entrambi, poi, emigrati in altre realtà calcistiche, ma nel fondo del proprio cuore sempre, rispettivamente, rossonero e neroazzurro. Giovannino Lodetti, detto anche Basletta, evoluì, poi, nella Sampdoria, nel Foggia e nel Novara; Renato Cappellini ebbe parentesi importanti anche nel Genoa, nel Varese, nella Fiorentina, nella Roma, nel Como, per finire con il Chiasso. Per ambedue anche l’azzurro della Nazionale.

Quante volte i due si sono incontrati/scontrati in campo, l’uno correndo per sette, per sé e per il divino Gianni, quel numero 10 che poteva inventare grazie anche all’inesausto sacrificio, alla superba corsa e all’inesauribile fiato del mediano-mezzala della Bassa lodigiana, l’altro dialogando coi compagni d’attacco, mai egoisticamente e senza, tuttavia, mai rinunciare, se capitava od occorreva, alla stoccata sotto rete... L’occasione per i due vecchi – si fa per dire – campioni d’incontrarsi è un pomeriggio di sport e letteratura organizzato dalla Biblioteca di Cassina de’ Pecchi.

E’ una giornata uggiosa anziché no, ma il fuoco dei ricordi sa scaldare sempre i cuori, e non è vuota retorica questa. Innanzi tutto il rossonero e il neroazzurro si salutano con grandissimo calore, l’amicizia trapelando chiaramente, senza infingimenti di sorta, oltre le rivalità di frontiera del tifo. Sono due calciatori di una generazione che, in fondo, non s’è mai atteggiata a fastidiosi divismi d’alcuna specie, sebbene entrambi giocassero in due delle più formidabili squadre che abbiano mai calcato i palcoscenici pedatori d’Italia: la Grande Inter e un Milan, comunque, fortissimo (più stellare, secondo noi, di quello sacchiano, quest’ultimo, oltre tutto, superreclamizzato dai lustrini televisivi).

Il pretesto per reincontrarsi è stata la presentazione di due bei libri di calcio: Invasione di campo-Una vita in rossonero di Mauro Raimondi e Inter? No, grazie! di Davide Grassi. Due titoli schierati, certamente, ma, nel contempo, due esempi di ottima letteratura sportiva di due autori che intendono il calcio nella maniera più romantica possibile e immaginabile (è un complimento questo). E la discussione inizia, con il fiume dei ricordi a scorrere pacifico e piacevole, pacato e, insieme, passionale, una galleria di compagni di squadra e avversari, allenatori e grandi matches. Parole e anche immagini, poiché si sviscera e si dipana anche il nastro in bianco e nero d’innumerevoli derbies, dove Giovanni e Renato la fanno da protagonisti con gli altri incommensurabili protagonisti di quell’epopea targata anni Sessanta.

E’ un bianco e nero che ci riporta felicemente indietro nel tempo per riproiettarci nel presente che ci fa stare con questi nostri amici che abbiamo tanto amato e per cui abbiamo trepidato nella nostra infanzia calcistica e della memoria. Una corsa di Giovanni e un tiro di Renato, commenti tecnici mai superflui e la genuinità del gioco mai dimenticata. Chiediamo, con scherzosa provocazione, a Renato se Giovanni in campo picchiava... “No”. Un no cui fa eco anche quello di Lodetti, in un’era in cui, forse, non esisteva ancora il fallo tattico e scientifico. Ma perché un giorno andarono via dal Milan e dall’Inter il cursore dai piedi buoni, prezioso, se non insostituibile, elemento del centrocampo, raccordo e cerniera fra difesa e attacco rossoneri, e il giovane attaccante cui era stato promesso di essere una fondamentale pedina nella ricostruzione della Grande Inter, che sembrava aver concluso il suo ciclo? “Il Milan ci ha messo anni a ritrovare uno come me a centrocampo. Sono andato via che avevo ventotto anni, ancora nel pieno della forma”. Dopo la sciagurata estate mundial messicana, in cui Lodetti da convocato si ritrovò ventitreesimo e rispedito a casa, visti l’infortunio di Anastasi e l’arrivo in terra azteca della coppia Prati-Boninsegna.

Una vicenda grottesca, preludio alla sua di poco posteriore cessione alla Samp. “Una mazzata per me, una doppia mazzata. Ma mi sono rimboccato le maniche e ho ricominciato daccapo, con forza d’animo”, ricorda Lodetti, uno che, esaurita la carriera agonistica. andava a giocare in incognito, per puro divertimento e amore del football, al milanese Parco di Trenno. “In una settimana mi ritrovai nella condizione di essere passato da pilastro del futuro interista alle visite mediche per il Varese. Non ci rimasi bene. Tuttavia, professionalmente, ho sempre accettato ogni decisione che mi riguardasse. La mia colpa? Forse avevo segnato” – parliamo dell’anno 1967-68, quello del dopoMantova e dopoLisbona - un gol in più rispetto a quanto aveva fatto Alessandro Mazzola?”. Detto con il sorriso sulle labbra e senza acredine dal campione di Soncino, di cui non si ricorda mai una polemica né una parola fuori luogo.

Due campioni in campo e anche fuori del rettangolo di gioco, la cui disponibilità umana e innata cortesia e affabilità - la sapidità della sapienza popolare di Giovannino Lodetti, apprezzabilissimo nelle sue attuali vesti di opinionista televisivo, e l’invincibile spirito sportivo di Renato Cappellini, che si sazia di tante altre discipline - non possono che aver reso estremo piacere a chi, in un raro pomeriggio novembrino, abbia voluto assistere a una bella chiacchierata, senza furori né grida scomposte, sul gioco più semplice e più seguito del mondo. Fra amici. Complici anche i due notevolissimi libri di Mauro Raimondi e Davide Grassi.

Alberto Figliolia

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