) Spazio   Aperto (

Abbiamo lasciato questo spazio a disposizione di alcune persone che hanno voluto scrivere qualche pensiero personale a Renato Cappellini e dimostrargli, così, tutta la loro stima ed il loro affetto. Non a caso questo sito sorge il 9 ottobre 2003, giorno in cui Renato compie 60 anni e in questo modo originale abbiamo pensato di festeggiare il suo compleanno, facendogli i migliori auguri e lasciando, dunque, la parola ad amici, conoscenti, e a chiunque abbia voluto partecipare e vorrà partecipare a questa simpatica iniziativa.

 

Helenio aveva una grande stima di Renato Cappellini non solo come giocatore ma anche come uomo, prima nell’Inter, poi alla Roma. Lo apprezzava per la sua 'nobleza', nobilta' d'animo.
Diceva: ‘Renato e' pieno di naturale franchezza, di fiducia in se stesso. A volte mostra delle ingenuita', come tutti gli uomini davvero forti . Non conosce il rancore, la meschineria, le doppiezze, le porte nascoste’.
Renato Cappellini a mio avviso e' anche un uomo fedele, virtu' arcaica, in disparizione, Fedele anche post mortem ad HH, il suo maestro, che ha aiutato raccogliendo mille firme nella petizione affinchè avesse una tomba degna.
Voglio ripetere a Renato Cappellini: grazie di cuore per la sua disinteressata prova di riconoscenza.

Fiora Gandolfi Herrera

 

Ho vaghi barlumi di ricordi della mia infanzia – dovrei dire pre-infanzia, per esser più precisi – calcistica: ero da un barbiere, nella periferia milanese, e la radio mi trapanò il cervello con la notizia di un secco 3-0 nel derby rossoneroazzurro in favore del Golden Boy e della sua schiera. Fui anche milanista per qualche giorno, credo. Avrò avuto sei anni. Poi il vuoto, non ricordo neppure l’onta dei Mondiali inglesi dove la Corea del Nord giustiziò una pavida e presuntuosa Italia. Poi, l’età della coscienza e della memoria pallonara, nata con il campionato 1966-67, che amo ricordare con le figurine Panini di quella stagione, con un meraviglioso bordino giallo. In serie A c’erano anche il Lecco, con il meraviglioso talento di Antonio Valentin Angelillo e Sergio Clerici (andò egualmente in serie B la squadra del lago), il Foggia Incedit (che stupendo nome!), il Venezia, la gloriosa SPAL (Società Polisportiva Ars et Labor) della metafisica Ferrara. Avevo sposato i colori neroazzurri. Non so perché né per chi. Forse il mio giovane cuore ardeva per quell’Inter che sembrava dominare l’Italia, il vecchio continente e il mondo intero, con il suo dirompente contropiede e la difesa granitica, la classe dell’hidalgo Suarez, del libero (figlio di antichi marinai) Picchi e di Sandrino Mazzola, capace di un goal sovrumano come quello al Vasas Budapest, a dribblare in un tempo infinito i magiari prima di segnare una delle più incredibili reti di tutti i tempi, e l’onnipotenza tecnico-atletica del terzino-lord Giacinto Facchetti. Ma il mio idolo era un altro, un giovane, Renato Cappellini da Soncino, paese dalla bellissima rocca tardo medioevale e con un rarissimo Museo della Stampa, nel cuore della Pianura Padana. Perché divenni uno sfegatato di Renato Cappellini? Francamente non me lo ricordo. Forse fu qualche goal che mi aveva particolarmente colpito, forse l’aria gentile e sorridente come dalla figurina, forse... non lo so.
Sta di fatto che impazzivo per le gesta di quel giovane attaccante. Ricordo che per le strade del mio paese inseguivo ogni sasso, colpendolo, calciandolo, immaginari dribbling ad altrettanto immaginari, arcigni e spietati, difensori. Quante scarpe ho rotto! E mia madre disperata: “La devi smettere di urlare per strada Cappellini, Cappellini e tornare a casa con le scarpe rotte”. Erano altri tempi – oddio, non dovrei dirlo? – e mica si cambiavano le scarpe ogni spesso, i soldi giravano più o meno e le Nike erano di là da venire. Poi, ricordo che nel mio amore per l’Inter e nell’ammirazione per il giovane centroavanti tenevo attaccata la sua figurina con la bretella, e me ne pavoneggiavo all’oratorio. Segna, Cappellini, segna... e noi vinceremo campionato e Coppa dei Campioni: poi Lisbona, Inter-Celtic 1-2, e il sogno svanito di risalire sul trono europeo, e Mantova, tanto bella nei suoi monumenti e tanto terribile nella sua arena di folber, la papera di Giuliano Sarti, ex portiere di ghiaccio... Che dolore per quel bambino che ero. L’ho già scritto altrove, lo ripeto. Renato restò all’Inter ancora un anno, quindi fu ceduto, con suo sommo stupore e dispiacere, al Varese. Seguirono gli anni di Roma, splendidi a suo dire, il Como e il Chiasso. Giocò anche due partite in Nazionale A, con un goal al Portogallo di Eusebio: “Feci così bene che non mi chiamarono più”, celia sereno.
Io lo seguii nelle sue fortune o peripezie. Passarono gli anni, e non pochi. Un giorno mi saltò il ghiribizzo di scrivere delle poesie sportive e ne dedicai una al mio vecchio idolo. Poesia che mi rimase nel cassetto. Un giorno più vicino, invece, dovendo organizzare una Festa dello Sport per i giovani atleti del mio paese, Cesano Boscone (Mi), e dovendo cercare degli ospiti pensai Perché non il mio antico idolo? Presto fatto. Ricerca del suo numero di telefono. Trovato. Componi il numero. Risponde. Che emozione! All’età di quarantaquattro anni conoscevo il calciatore che aveva segnato i felici (a parte Mantova e Lisbona) giorni della mia infanzia calcistica. Mi resi subito conto che avevo avuto buon naso già da allora: gentile, pacato, sensibile, commosso dalla poesia che avevo per lui scritto. Venne a Cesano Boscone e mi confermò pienamente quest’impressione.
Non immaginate quanto sia gratificante scoprire che colui che si era scelto, in anni lontani, quale idolo calcistico-umano si riveli, poi, nella realtà e nell’oggi imperante, tanto perfettamente consono alla suggestione e alla fantasia del bambino che ero stato. Squisito il garbo, interiore ed esteriore, di Renato Cappellini, e naturale, non forzato. Si può dire senza piaggeria.
Dopo le scarpe rotte e dopo memorie remote, il presente mi restituiva la presenza di un uomo d’immensa caratura morale. Avevo scrutato bene in quella figurina dai bordini gialli. Anche questa è stata una “piccola” felicità. Grazie, Renato Cappellini da Soncino.

Alberto Figliolia

 

Una poesia per Renato

RENATO CAPPELLINI

Rincorrevo i sassi per strada
calciandoli come pensavo
solo tu sapessi fare.
La tua figurina tenevo
perennemente in tasca,
come un’icona,
di giallo bordata -
correva l’anno 1967 -
per avere il mio idolo
sullo sfondo azzurro
di un cielo lontano
bardato di nuvole ideali.
Nato a Soncino, dove la Rocca
domina la piana e un fiume
di storie perdute: chi dice che
per te la gloria fu breve?
Non bastano, forse, due partite
in azzurro e una rete
alla Pantera Nera, i fulgori
di derbies antichi - il primo
nel mio ricordo fu un 4-0 –
e una carriera passata
fra capitali e laghi,
le prime rughe incise
sul viso bambino,
i calci e le telecronache
in bianco e nero
delle mie scarpe rotte
di tanti anni fa?

Alberto Figliolia

 

Auguri dalla Capitale...

" 60 volte auguri vecio! "

Paolo, Luciano, Marella

 

A distanza di un anno...

Sabato, 9 ottobre 2004
A distanza di un anno dalla nascita di questo sito rinnoviamo a Renato un affettuoso augurio di Buon Compleanno!

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